Azerbaijan: dal confine con la Georgia, attraversando la steppa azera fino a Baku.
Ogni Paese porta con sé qualche pregiudizio. L’Azerbaijan li ha smontati uno dopo l’altro. Siamo entrati aspettandoci un Paese dominato dal petrolio e ne siamo usciti con il ricordo di un popolo accogliente, di paesaggi in continua evoluzione e di una terra molto più complessa e autentica di quanto immaginassimo.
Attraversare il confine con l’Azerbaijan
Dopo le piccole incomprensioni vissute alla dogana georgiana, l’ingresso in Azerbaijan si rivela sorprendentemente semplice. L’e-visa l’avevamo richiesto direttamente dall’Italia e, una volta arrivati al posto di frontiera, gli addetti annotano loro stessi il numero di targa della Lambretta senza creare alcun problema. Nel giro di poco siamo già dall’altra parte.
La prima impressione è completamente diversa da quella che ci aspettavamo.
Intorno a noi si radunano poliziotti, camionisti e curiosi. Tutti vogliono vedere la Lambretta, farci qualche domanda o semplicemente darci il benvenuto. Molti parlano inglese e, tra una battuta e un sorriso, ci aiutano a completare le ultime formalità.
È un’accoglienza spontanea che cancella immediatamente quella leggera tensione che accompagna sempre l’ingresso in un nuovo Paese.
Ancora una volta capiamo quanto spesso siano i pregiudizi a viaggiare più veloci di noi.
Tra montagne, vigneti e vecchie Lada
I primi chilometri scorrono lungo una vallata sorprendentemente verde. Ai lati della strada si alternano vigneti, piantagioni di melograni e frutteti che prosperano grazie ai fiumi provenienti dal Grande Caucaso.
All’orizzonte, invece, il paesaggio cambia completamente. Le montagne appaiono alte, secche e quasi prive di vegetazione, formando una barriera imponente che accompagna il nostro viaggio verso est.
Anche i villaggi raccontano un’Azerbaijan diverso da quello che immaginavamo. Le case sono raccolte in piccoli gruppi, costruite in mattoni e coperte da caratteristici tetti in lamiera argentata lavorata, un elemento ricorrente in molte zone rurali del Paese.
Lungo la strada incrociamo decine di vecchie Lada, Volga e altri modelli sovietici che sembrano usciti direttamente dagli anni Settanta. Qui non sono auto storiche da collezione: continuano a svolgere il loro lavoro quotidiano, perfettamente integrate nel paesaggio.
In mezzo a loro, la nostra Lambretta sembra quasi sentirsi a casa.


Ganja, l’antica porta della Via della Seta
La prima grande città che incontriamo è Ganja.
Oggi è la seconda città dell’Azerbaijan, ma le sue origini affondano in oltre millecinquecento anni di storia. Grazie alla sua posizione strategica, per secoli è stata uno dei principali crocevia della Via della Seta, dove mercanti provenienti da Persia, Anatolia e Asia Centrale si incontravano per commerciare sete, spezie e metalli preziosi.
Ancora oggi il suo volto racconta quel passato. Grandi viali, edifici monumentali, costruzioni in mattoni rossi e piazze ordinate trasmettono un senso di eleganza diverso da quello della moderna capitale. È anche la città natale di Nizami Ganjavi, uno dei più importanti poeti della letteratura persiana medievale, considerato ancora oggi uno dei simboli culturali del Paese.
Ma è un altro dettaglio ad attirare la nostra attenzione.
Entrando a Ganja percorriamo per diversi chilometri una sorta di corridoio formato da alte mura decorate, intervallate da portali monumentali e grandi scritte che annunciano il nome della città. All’inizio sembrano fortificazioni restaurate, ma sono opere urbanistiche moderne, realizzate per accompagnare chi arriva e offrire un’immagine ordinata e rappresentativa del centro abitato.
Dietro quelle mura, però, riaffiora immediatamente la vita della periferia, fatta di case semplici, cortili e piccoli orti. È il primo dei tanti contrasti che caratterizzeranno questo Paese.
Dove finiscono le montagne inizia la steppa
Lasciata Ganja alle spalle, il paesaggio cambia lentamente. Le montagne iniziano a scomparire nello specchietto retrovisore, gli alberi diventano sempre più rari e la strada si distende in una pianura apparentemente infinita.
Entriamo nella steppa azera.

Fa caldissimo. L’aria sembra immobile e il sole fa tremare l’asfalto davanti a VàLentina. Non c’è nulla. Solo una strada perfettamente diritta che attraversa un mare d’erba giallastra, dove l’orizzonte sembra allontanarsi chilometro dopo chilometro.
E’ un paesaggio monotono e allo stesso tempo affascinante. Qui si percepisce davvero quanto sia grande il territorio azero. Il cielo occupa metà del panorama e il silenzio viene interrotto soltanto dal rumore del nostro motore.
Yevlax appare come una città in piena espansione. Qualche nuovo edificio, piccoli supermercati, ristoranti lungo la strada e un continuo via vai di camion raccontano una realtà in crescita. Per la notte ci fermiamo in un grande motel affacciato su un lago, una sosta rilassante prima di affrontare l’ultimo tratto verso il Mar Caspio.
Il Paese dove tutti ti salutano
È difficile spiegare quanto ci abbia colpito l’accoglienza ricevuta nelle campagne dell’Azerbaijan.
Nei campi gli agricoltori interrompono il lavoro per alzare una mano al nostro passaggio. Dai piccoli bar lungo la strada qualcuno ci invita a fermarci per bere un tè. Le auto ci sorpassano suonando il clacson, per attirare la nostra attenzione e salutarci con ammirazione.
Dopo un po’ diventa quasi un gioco. Ogni volta che vediamo un trattore aspettiamo il gesto di chi lo guida. Puntualmente arriva un sorriso, una mano alzata o un cenno del capo. Persino i camionisti abbassano il finestrino per augurarci buon viaggio.
Non sappiamo se a incuriosirli siamo noi, la Lambretta o entrambe le cose.
Il Mar Caspio, dove la terra vive di petrolio
Dopo centinaia di chilometri nella steppa compare finalmente lui: il Mar Caspio.
L’acqua ha un colore spento e il panorama è dominato dalle piattaforme offshore per l’estrazione di petrolio e gas che punteggiano l’orizzonte. È un paesaggio quasi industriale, lontano dall’idea di mare che avevamo in mente. Eppure è proprio qui che si comprende davvero l’importanza dell’Azerbaijan.
Nonostante il nome, il Mar Caspio è in realtà il lago più grande del mondo, un’immensa distesa d’acqua condivisa da cinque Paesi. Sotto il suo fondale si trovano alcuni dei più grandi giacimenti di petrolio e gas del pianeta e proprio da queste risorse, già alla fine dell’Ottocento, nacque uno dei primi grandi boom petroliferi della storia moderna.
Lungo la strada iniziamo a vedere piccoli vulcani di fango che ribollono lentamente. Sembrano innocui coni di terra, ma sono il segno di un sottosuolo in continuo movimento, dove gas naturali risalgono verso la superficie. Poco più avanti compaiono anche i vecchi pozzi petroliferi a bilanciere, quelli che siamo abituati a vedere nei film ambientati nel Texas del secolo scorso. Vederli qui, ancora in funzione, fa un certo effetto.
Avvicinandoci a Baku il paesaggio continua a raccontare la ricchezza nascosta sotto questa terra. Poco distante dalla capitale si trova Yanar Dağ, la celebre “montagna che brucia”: una collina da cui il gas naturale fuoriesce spontaneamente alimentando una fiamma che arde senza sosta da decenni. Non è un fenomeno isolato. Per secoli queste fiamme naturali hanno alimentato il culto del fuoco praticato dagli zoroastriani, molto prima dell’arrivo dell’Islam.
Oggi quella stessa ricchezza continua a influenzare la geopolitica dell’intera regione. Pensare che il gas estratto qui percorra migliaia di chilometri fino ad arrivare anche in Italia, passando proprio per la nostra Puglia, rende questo viaggio ancora più concreto: improvvisamente quei tubi e quelle piattaforme non sono più qualcosa di distante, ma parte di una storia che, in qualche modo, arriva fino a casa nostra.
Baku, la città che non ti aspetti

L’ingresso a Baku è quasi uno shock. Dopo giorni trascorsi tra campagne, villaggi e immense pianure, ci ritroviamo improvvisamente immersi in una metropoli moderna, dove il traffico scorre tra grattacieli di vetro, grandi viali alberati e quartieri che potrebbero tranquillamente appartenere a una capitale europea.
È una città enorme. E, soprattutto, è una città difficile da definire.
Fortunatamente non dobbiamo scoprirla da soli. Ad aspettarci c’è un vecchio amico subacqueo di Senigallia che da qualche anno vive qui. Ci ospita per diversi giorni e ci fa conoscere una Baku che probabilmente non avremmo mai scoperto seguendo una semplice guida turistica.
Passeggiamo per il centro, attraversiamo i quartieri più eleganti, ci perdiamo nelle vie della città vecchia e ci fermiamo spesso semplicemente ad osservare la vita quotidiana.
È proprio vivendo la città con chi la conosce che iniziamo a coglierne la vera identità.
Baku viene chiamata la Città dei Venti.
Il soprannome non è casuale. Le forti correnti provenienti dal Mar Caspio soffiano quasi continuamente e, secondo molti studiosi, anche il nome della città deriverebbe dall’antico persiano Bad-Kube, cioè “luogo battuto dal vento”.
Ma il vento non è l’unico elemento ad averne scritto la storia. Alla fine dell’Ottocento Baku produceva oltre la metà del petrolio mondiale. Un dato difficile perfino da immaginare oggi. La città attirò imprenditori, ingegneri e investitori da tutta Europa. Tra loro anche la famiglia Nobel, la stessa che pochi anni dopo avrebbe istituito il celebre premio internazionale.
Con quella ricchezza vennero costruiti teatri, palazzi signorili, boulevard e residenze ispirate a Parigi, Vienna e San Pietroburgo. Ecco perché passeggiando nel centro capita spesso di avere la sensazione di trovarsi in una capitale europea, pur essendo nel cuore del Caucaso.
Poi basta svoltare un angolo e tutto cambia.
Una città costruita sui contrasti
Icherisheher, la città vecchia protetta dall’UNESCO, è il cuore più autentico di Baku.
Le sue mura racchiudono un dedalo di vicoli stretti, caravanserragli, antichi hammam e cortili in pietra che raccontano secoli di dominazioni persiane, arabe, turche e russe.

Fuori dalle mura, invece, si alzano grattacieli di vetro e quartieri ultramoderni.
Sono due mondi completamente diversi. Eppure convivono con naturalezza.
Anche i quartieri popolari fanno parte di questo mosaico. Poco distanti dagli edifici più moderni resistono ancora piccole case basse e semplici, memoria di una città cresciuta rapidamente grazie al petrolio ma che non ha cancellato del tutto il proprio passato di povertà.
Forse è questo il fascino di Baku. Non appartiene completamente all’Europa. Ma nemmeno all’Asia.
È un punto d’incontro tra culture, religioni e architetture diverse che convivono nello stesso spazio.
Sapori, racconti e giornate senza fretta
Le giornate trascorse con il nostro amico scorrono veloci. Ci porta nei quartieri meno turistici, ci racconta curiosità sulla vita quotidiana e ci fa conoscere la vera cucina azera.
Una sera ceniamo in un ristorante tradizionale sotterraneo nel cuore della città vecchia. Arrivano in tavola carne cotta lentamente, riso profumato allo zafferano, verdure, pane appena sfornato e gli immancabili bicchieri di tè, che qui accompagnano praticamente ogni momento della giornata.
Più che una cena è un viaggio dentro la cultura del Paese.
Un Paese che ci ha fatto cambiare idea
Prima di arrivare in Azerbaijan pensavamo soprattutto al petrolio, alla steppa e a Baku.
Ripartiamo con i ricordi dei camionisti che ci hanno aiutato alla frontiera, i contadini che salutavano dai campi, le vecchie Lada che ancora percorrono le strade di campagna, le infinite distese della steppa e una capitale capace di passare, nel giro di pochi metri, da antichi caravanserragli a modernissimi grattacieli.
Ma ora è tempo di proseguire il viaggio, la nostra prossima destinazione sarà l’Azerbaijan ma per raggiungere questo nuovo stato dobbiamo attraversare il Mar Caspio, per leggere questa avventura clicca QUI
Quello che ci ha sorpreso
L’Azerbaijan ci ha insegnato a non fermarci alle prime impressioni. La curiosità verso chi viaggia in modo insolito si trasforma spesso in disponibilità e piccoli gesti di gentilezza.
Il ricordo che portiamo con noi
Se dovessimo scegliere un’immagine per raccontare questo Paese, sarebbe una mano alzata dal bordo della strada. Perché, ancora una volta, sono state le persone a lasciare il ricordo più bello del viaggio.
Un consiglio per chi parte
Non concentratevi solo su Baku. Il tratto tra Ganja e il Mar Caspio racconta un’Azerbaijan autentico, fatto di campagne, steppa e piccoli incontri che difficilmente dimenticherete.



Grande Filippo, sempre in splendida forma; mi fai sognare con tutti i meravigliosi posti che ha visto e vedrai nella tua splendida avventura.
Un grande abbraccio il tuo amico Marcello
Grazie continua a seguirci ne vedrai di belle😉