India: il Paese degli opposti

La Lambra dovrebbe essere già partita dall’Uzbekistan, e non vediamo l’ora di riaverla con noi per vivere questo nuovo Paese, che si rivelerà affascinante, intenso e spiazzante.

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Tiziano Terzani scriveva: «Non si sa esattamente perché la si ama. È sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata, non se ne può fare a meno.»

Tra Delhi, Agra, Jaipur e il Taj Mahal scopriamo un Paese che ci mette continuamente alla prova, ma che, proprio per questo, riesce a lasciare un segno indelebile.

Il primo impatto con Delhi

Sono le quattro del mattino quando il nostro aereo atterra a Delhi.

Siamo stanchi, ma anche emozionati. La Lambretta arriverà l’indomani, così raggiungiamo l’hotel convinti di concederci qualche ora di riposo. Ma è solo un’illusione.

Il check-in è caotico. Nei corridoi dormono decine di persone, tra coperte stese a terra e piatti ancora pieni di avanzi. Per raggiungere la nostra camera dobbiamo fare lo slalom.

Quando apriamo la porta ci fermiamo. L’odore acre di urina riempie tutta la stanza.

Ci guardiamo in silenzio. È il nostro benvenuto in India.

Dopo qualche ora usciamo per esplorare la città, ma basta mettere piede in strada per essere travolti da una realtà completamente diversa da qualsiasi altra avessimo conosciuto fino a quel momento.

il cibo di strada si mangia gomito a gomito, tra profumi, chiacchiere e un'energia che travolge tutti i sensi.
lo street food è il cuore della vita quotidiana

Ogni metro di strada racconta una storia. Un uomo frigge samosa in un pentolone annerito dal tempo. Un barbiere rade un cliente seduto su una sedia traballante. Un venditore pesa le persone con una vecchia bilancia.

C’è chi cucina sul marciapiede, chi si lava, chi dorme, chi fa i bisogni e chi lavora.

Poi c’è un dettaglio che continua ad attirare la nostra attenzione. Molte persone hanno la bocca completamente rossa e sputano continuamente a terra.

Stanno masticando il paan, una preparazione tradizionale a base di foglia di betel, molto diffusa in India. Da quel momento iniziamo a notare quelle macchie rossastre ovunque: sui muri, sui marciapiedi e perfino sulle scale degli edifici.

Ma è il traffico a lasciarci davvero senza parole. Auto. Autobus. Moto. Tuc tuc. Biciclette. Mucche. Pedoni. Cani.

Un ragazzo ci sorride, ci fa cenno di seguirlo e attraversa con una naturalezza disarmante. Noi gli andiamo dietro.

Con il passare delle ore iniziamo a capire che il clacson, qui, ha un significato completamente diverso dal nostro. Non viene usato per protestare o insultare qualcuno, ma semplicemente per dire: “Ci sono, sto passando.”

Lo sentiamo suonare ininterrottamente dal mattino alla sera.

Tra un tempio, una moschea e un giardino dove finalmente ritroviamo qualche minuto di silenzio, iniziamo a intuire la vera anima dell’India.

È un Paese che riesce a passare dal caos più assoluto alla spiritualità più profonda nel giro di pochi passi.

E noi abbiamo appena iniziato a scoprirlo.

Noi al Gurudwara Bangla Sahib di Delhi, uno dei templi Sikh più importanti dell'India.
tra il caos di Delhi, il Gurudwara Bangla Sahib ci ha regalato uno dei momenti più calmi e spirituali

Tre giorni di attesa

Il mattino seguente raggiungiamo gli uffici cargo per recuperare la nostra Lambretta. Pensiamo che nel giro di poche ore saremo di nuovo in viaggio e invece troviamo tutto chiuso.

È il Gandhi Jayanti, la festa nazionale dedicata al Mahatma Gandhi e gli uffici rimarranno fermi per tre giorni.

Se dobbiamo aspettare tanto vale approfittarne per scoprire meglio questa parte di India.

Così decidiamo di partire per Agra.

 

Il Taj Mahal, visto con i nostri occhi

Agra, città che per secoli fu la capitale dell’Impero Moghul e che ancora oggi custodisce alcune delle testimonianze più importanti della sua grandezza.

A pochi passi da uno dei monumenti più belli del mondo, la vita scorre come sempre: il traffico invade le strade, i rtuc tuc si fanno largo tra le auto, i venditori richiamano i turisti e i profumi delle spezie si mescolano a quelli, molto meno piacevoli, della città.

Davanti a noi compare il Taj Mahal. Si lo abbiamo visto varie volte in fotografie ma non riescono a trasmettere quello che si prova quando lo si ha davanti.

Il marmo bianco riflette la luce in modo sorprendente. Durante la giornata cambia continuamente colore: all’alba assume sfumature rosate, sotto il sole diventa abbagliante e, quando la luce cala, sembra quasi argentato.

Vista panoramica del Taj Mahal ad Agra, capolavoro dell'architettura moghul e simbolo dell'India.
una delle Sette Nuove Meraviglie del Mondo e simbolo dell’India

Mentre lo osserviamo, la guida ci racconta la sua storia.

L’imperatore Shah Jahan lo fece costruire dopo la morte della moglie Mumtaz Mahal, scomparsa dando alla luce il loro quattordicesimo figlio. Prima di morire, secondo la tradizione, lei gli chiese una promessa: non dimenticarla mai.

Lui mantenne quella promessa nel modo più straordinario possibile.

Per oltre vent’anni migliaia di artigiani lavorarono per costruire quello che oggi è considerato il più grande monumento dedicato all’amore mai realizzato.

Che la leggenda sia stata abbellita dal tempo conta poco. Davanti al Taj Mahal è facile capire perché, ancora oggi, milioni di persone arrivino fin qui da ogni parte del mondo.


Jaipur, la Città Rosa

Raggiungiamo Jaipur, capitale del Rajasthan e una delle città più affascinanti dell’India.

Appena oltrepassiamo le antiche porte del centro storico capiamo subito perché venga chiamata la Città Rosa.

Le facciate dei palazzi, illuminate dal sole del pomeriggio, si tingono di sfumature che vanno dall’ocra al rosa antico. Le botteghe espongono tessuti coloratissimi, i profumi delle spezie riempiono l’aria e i clacson, ormai diventati una costante delle nostre giornate, fanno da sottofondo a ogni passo.

È una città viva. Caotica. Ma incredibilmente affascinante.

Raggiungiamo l’Amer Fort, la fortezza che domina le colline alle porte della città. Le sue mura seguono il profilo delle colline per chilometri, dominando la pianura sottostante. Da lassù il Rajasthan si apre davanti ai nostri occhi: un susseguirsi di villaggi, strade polverose e paesaggi aridi che raccontano la storia dei maharaja.

Noi davanti all'Amer Fort di Jaipur, l'imponente forte dei maharaja nel Rajasthan, durante il nostro viaggio in India.
davanti all’Amer Fort di Jaipur, l’antica fortezza dei maharaja che domina le colline del Rajasthan.

Scendendo verso il centro prendiamo un rickshaw. L’autista si infila nel traffico con una sicurezza ( o sconsideratezza) che ci lascia senza parole.

Una mano resta fissa sul clacson. L’altra sul manubrio.

Ogni spazio, anche il più improbabile, diventa sufficiente per passare.

Noi, seduti dietro, ci limitiamo a stringerci al sedile sperando che finisca in fretta.

Quando finalmente ci lascia, ci regala anche uno dei consigli più preziosi del viaggio.

«Controllate sempre che le bottiglie d’acqua siano sigillate.»

Ci spiega che, soprattutto nelle zone più turistiche, alcune vengono riempite nuovamente con acqua del rubinetto e richiuse per essere rivendute ai viaggiatori.

Da quel momento iniziamo a controllarle una a una. Può sembrare una piccola attenzione, ma in India basta davvero poco per rovinarsi il viaggio.

autisti di Tuk- Tuk ci guardano incuriositi
nel caos ogni corsa in tuk-tuk è un viaggio nel viaggio. Tra clacson, sorrisi, animali e traffico, impari presto che qui non ci sono regole

Prima di lasciare Jaipur ci fermiamo qualche minuto davanti all’Hawa Mahal, il celebre Palazzo dei Venti.

Con le sue centinaia di piccole finestre decorate permetteva alle donne della famiglia reale di osservare la vita della città senza essere viste.

Restiamo lì,  a osservare Jaipur. Il traffico. Le donne avvolte nei loro sari dai colori vivacissimi. I bambini che rincorrono un pallone tra i tuc tuc.

C’è però una cosa che impariamo molto in fretta. In India essere stranieri significa, quasi sempre, essere fregati.

Ogni acquisto diventa una trattativa. Un taxi. Una stanza. Una bottiglietta d’acqua.

Il prezzo iniziale sembra non avere alcun senso. Le prime volte ci innervosiamo perché è davvero troppo spudorato.

Poi iniziamo a contrattare come d’usanza.

Ci capita persino che qualcuno ci chieda dei soldi dopo avergli scattato una fotografia o che, con la scusa di indicarci un monumento, ci accompagni per diversi minuti aspettandosi una mancia finale.

All’inizio tutto questo è estenuante. Poi smettiamo di viverlo come un’offesa personale.

È semplicemente uno degli aspetti con cui bisogna convivere quando si viaggia in India.

Comunque tra tanti tentativi di guadagnare qualche rupia, ci sono anche persone che ci aiutano con sincerità, senza aspettarsi nulla in cambio.


Una burocrazia infinita

Dopo tre giorni torniamo agli uffici cargo convinti che, nel giro di qualche ora, potremo finalmente ripartire.

Non potrebbe andare più diversamente. Inizia una giornata fatta di corridoi infiniti, sportelli, timbri e firme. Ogni impiegato ci rimanda da qualcun altro e ogni porta aperta sembra nasconderne un’altra ancora.

Quando pensiamo di aver concluso, compare sempre un nuovo documento da compilare. Le ore passano.

Fa caldo. Siamo stanchi. E la pazienza inizia lentamente a finire.

Nel tardo pomeriggio arriva l’ennesima sorpresa.

Per ritirare la Lambretta serve una convalida del Carnet de Passage rilasciata dall’Automobile Club of India.

L’ufficio competente si trova a Mumbai, oltre mille chilometri da Delhi.

Siamo senza parole. L’idea di dover attraversare mezza India soltanto per un timbro ha dell’assurdo.

Facciamo un pò gli italiani e un impiegato decide finalmente di ascoltarci.

Dopo alcune telefonate e diversi scambi di e-mail riesce a ottenere l’autorizzazione senza costringerci a partire per Mumbai.

Guardiamo l’orologio. Sono quasi le sette di sera. Il magazzino ha appena chiuso.

La Lambretta resta dov’è.

Noi torniamo in hotel.

Stanchi. Frustrati.

Con la sensazione di aver perso un’intera giornata.

Il mattino seguente ricomincia tutto da capo. Sportelli. Code. Firme. Attese.

Quando finalmente ci accompagnano nel deposito, il sollievo dura pochissimo.

La Lambretta è appoggiata su una pedana, legata alla meno peggio e senza alcuna protezione. Basta uno sguardo.

Il cavo del cambio è spezzato. Il portapacchi è piegato. Uno dei bauli è stato smontato. Qua e là sono comparsi nuovi graffi.

Per un attimo a Filippo gli esce il fumo dalle orecchie, gli sale una rabbia difficile da trattenere.

Poi, dopo un bel respiro, si mette a lavorare.

Sotto gli occhi curiosi di decine di persone che si fermano a guardare, rimonta i pezzi, prepara la miscela e controlla che tutto sia in ordine.

Quando il Carnet viene finalmente timbrato sono ormai le quattro del pomeriggio.

Possiamo ripartire.

Recupero della Lambretta al terminal cargo dell'aeroporto di Delhi durante il nostro viaggio in India.
finalmente recuperiamo la Lambretta al terminal cargo di Delhi, dopo giorni di burocrazia e attese infinite.

 

 

La strada verso il Nepal

Lasciamo Delhi con un solo obiettivo, metterci alle spalle il traffico della capitale.

I primi chilometri sono estenuanti. Il rumore dei clacson rimbomba nel casco, l’aria è pesante e una foschia grigiastra avvolge ogni cosa. Camion, autobus, moto, risciò, biciclette e mucche sembrano contendersi ogni metro di strada.

Poi, quasi senza accorgercene, il paesaggio cambia. Le grandi arterie lasciano spazio a strade secondarie, attraversate da risaie, campi coltivati e piccoli villaggi.

Gli uomini lavorano immersi nell’acqua fino alle ginocchia. Le donne raccolgono nei campi con i sari colorati che spiccano tra il verde.

I bambini interrompono il gioco per salutarci mentre passiamo.

È un’altra India. Più silenziosa. Più lenta. Più autentica.

un carro trainato da un cavallo in un villaggio dell'India durante il nostro viaggio in Lambretta.
villaggi di periferia

Quando finalmente troviamo un alloggio per riposare è notte fonda, siamo arrivati al confine con il Nepal, e ci rendiamo conto di aver percorso oltre seicento chilometri.

La stanza è una delle peggiori in cui abbiamo mai dormito.

L’odore di muffa è fortissimo. Le pareti trasudano acqua. Il materasso è umido. Il piccolo ventilatore appeso al soffitto fa più rumore che aria.

 Il bagno? sorvoliamo,

Scendiamo a mangiare qualcosa. Per fortuna in India c’è chi cucina 24 ore su 24!

Sul fuoco cuociono enormi pentole di curry e il profumo delle spezie si mescola all’umidità, al fumo e alle mosche che ronzano ovunque.

Ordiniamo qualche roti, il tipico pane indiano.

Sono sorprendentemente buoni o la fame è talmente tanta!

È una di quelle notti che speri di dimenticare in fretta. E che invece, anni dopo, ricordi perfettamente.

Non ci togliamo nemmeno la giacca da moto. Restiamo vestiti, con il cappuccio della felpa in testa, cercando di toccare il meno possibile quel letto.

Quasi in Nepal

Alle sei del mattino siamo già davanti alla frontiera.

Fa freddo. L’umidità entra nelle ossa e noi aspettiamo seduti sui bagagli mentre gli uffici, ancora chiusi, si animano lentamente.

Alle otto iniziano finalmente le pratiche.

Ancora una volta veniamo rimbalzati da uno sportello all’altro. Nessuno sembra sapere quale sia la procedura corretta e ogni risposta genera una nuova domanda.

Dopo quattro ore la pazienza è ormai finita. Alziamo un po’ la voce.

Per fortuna una ragazza, compagna di una delle guardie di frontiera, si accorge della situazione e decide di aiutarci.

In pochi minuti ci accompagna dalla persona giusta.

Un ultimo timbro. Un ultimo sorriso.

La sbarra si alza. Entriamo finalmente in Nepal.

In pochi giorni l’India ci ha sfiancati, messi alla prova, fatti arrabbiare e costretti a rivedere molte delle nostre certezze.

Eppure, mentre si allontana alle nostre spalle, sappiamo già che un giorno vorremo tornarci.

Forse aveva ragione Tiziano Terzani.

Delhi e il Rajasthan
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