Uzbekistan: da Bukhara a Samarcanda lungo la Via della Seta
Lasciamo alle spalle il deserto del Karakalpakstan dove buche e polvere ci hanno accompagnato per centinaia di chilometri. Davanti a noi il paesaggio cambia completamente: ci aspettano le città più celebri della Via della Seta. (👉 Se ti sei perso il capitolo precedente, lo trovi QUI.)
Bukhara, dove la Via della Seta è ancora viva
Situata in un’oasi nel deserto, ecco comparire Bukhara, una delle città simbolo della leggendaria Via della Seta.
Entriamo nel centro storico e ci ritroviamo in un dedalo di vicoli color ocra, dove madrase, moschee e antiche cupole del bazar sembrano raccontare storie di mercanti e carovane. Non è difficile capire perché, per secoli, Bukhara sia stata uno dei crocevia più importanti tra Oriente e Occidente.
La cosa che ci colpisce di più è che qui la vita continua a scorrere senza sembrare organizzata intorno ai turisti. Le persone passeggiano, fanno la spesa, bevono il tè, chiacchierano sedute all’ombra delle mura. Gli anziani, fuori dalle moschee, sembrano essere lì da sempre.
Camminare tra le mura e i vicoli di Bukhara ci riporta indietro nel tempo, ma senza quell’effetto un po’ finto che a volte si trova nelle città troppo turistiche.
Il profumo delle spezie ci porta dentro le antiche cupole del bazar, ci fermiamo ad osservare gli artigiani che lavorano il rame. Il rumore dei martelli sembra quasi musica.
Per la notte scegliamo il Mekhtar Ambar, un antico caravanserraglio trasformato in hotel. Pensare che, secoli fa, nello stesso cortile trovavano riparo mercanti, cammelli e viaggiatori diretti verso la Cina o la Persia rende il posto ancora più affascinante.
La mattina seguente facciamo una bella colazione nel cortile interno e rimontiamo in sella.

Tra campi di cotone e saluti
La strada attraversa immense coltivazioni di cotone. Ci fermiamo per scattare qualche foto. Gli adulti sono impegnati nella raccolta, mentre alcuni ragazzini giocano sopra i camion carichi di soffici montagne bianche.
Non avevamo mai visto così tanto cotone tutto insieme. Chilometri e chilometri di campi. Qui viene chiamato “l’oro bianco”, perché per decenni è stato una delle risorse più importanti dell’Uzbekistan.

Alcune donne, incuriosite dalla Lambretta e da tutto il nostro equipaggiamento, si avvicinano sorridendo e ci regalano qualche batuffolo appena raccolto.
Più avanti incontriamo diversi gruppi di bambini diretti a scuola.
Camminano ordinati. Poi ci vedono.
E all’improvviso iniziano tutti a salutarci agitando le mani, cercando di attirare la nostra attenzione.
Sono scene semplici. Eppure, ancora oggi, sono tra i ricordi che ci tornano più spesso in mente quando pensiamo all’Uzbekistan.
Anche gli adulti sembrano avere un’eleganza naturale. Molte donne indossano lunghi abiti dai colori vivaci, spesso realizzati in ikat, un tessuto tradizionale dell’Asia Centrale riconoscibile per i suoi caratteristici motivi sfumati.
Più attraversiamo questo Paese, più ci rendiamo conto che l’Uzbekistan non è fatto solo di città leggendarie.
L’incanto del Registan
Arrivati a Samarcanda, ci fermiamo per la foto di rito sotto il cartello della città.

Poco dopo troviamo alloggio al Furkat, un piccolo hotel in stile tradizionale, decorato con maioliche blu, verdi e gialle, a pochi passi dal Registan.
Bastano pochi minuti a piedi e ci ritroviamo davanti a una delle piazze più belle che abbiamo mai visto.
Le tre grandi madrase dominano la piazza con le loro facciate ricoperte di mosaici azzurri, turchesi e dorati. Più ci avviciniamo, più compaiono dettagli che da lontano sembravano invisibili.
Per secoli il Registan è stato il cuore della città. Qui si incontravano mercanti, studiosi e viaggiatori provenienti da ogni angolo della Via della Seta.

Se Bukhara ci aveva conquistato con la sua atmosfera raccolta, Samarcanda ci lascia letteralmente a bocca aperta.
Qui tutto sembra più grande. Più imponente. Più scenografico.
Anche Shah-i-Zinda ci lascia senza parole. Percorriamo lentamente il celebre viale dei mausolei, dove il sole si riflette sulle maioliche blu creando sfumature sempre diverse. Secondo la tradizione qui riposa Qusam ibn Abbas, cugino del profeta Maometto, motivo per cui questo è ancora oggi uno dei luoghi più sacri dell’Uzbekistan.
Poi ci perdiamo nel bazar.
I colori della frutta e della verdura, il profumo del pane appena sfornato e delle spezie, le stoffe appese ovunque e i sorrisi dorati dei venditori rendono impossibile attraversarlo in fretta.
Molti ci chiedono da dove veniamo. Altri, semplicemente, ci sorridono.
Qualcuno si lascia fotografare volentieri e, quando gli mostriamo lo scatto sul display della macchina fotografica, porta la mano sul cuore per ringraziarci.

La sera ci fermiamo a mangiare all’Art Café. Alcuni musicisti suonano dal vivo, mentre tra i tavoli sfilano ragazze che indossano gli eleganti abiti tradizionali della boutique accanto.
Osserviamo la vita che scorre: Gli uomini che chiacchierano seduti nelle piazze, che con baffi, chi con colbacchi o piccoli copricapi tradizionali. Le donne indossano abiti colorati e tessuti preziosi; I bambini che corrono ridendo.
Quando cala la sera e le cupole iniziano ad illuminarsi, capiamo perché Samarcanda continui a far sognare i viaggiatori da secoli.
A casa di Boris
La tappa successiva è Tashkent, la capitale dell’Uzbekistan.

Ci arriviamo dopo quasi sette ore di guida e il cambiamento è immediato. Ci ritroviamo in una metropoli fatta di grandi viali, palazzi monumentali, fontane, parchi e lunghi condomini costruiti durante il periodo sovietico.
Ci sediamo a bere qualcosa in un bar affacciato su un parco. Quel giorno diversi sposi si alternano davanti ai fotografi e l’intero giardino sembra un grande set fotografico.
Un ragazzo universitario si siede vicino a noi per fare due chiacchiere. Scopriamo che parla anche russo e gli chiediamo una mano per contattare Boris, il ragazzo conosciuto durante la lunga attesa del traghetto sul Mar Caspio.
Era passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ci eravamo visti. Eppure, quando arriva, ci accoglie come se fossimo amici da sempre.
Ci apre la porta di casa e, da quel momento, ci fa sentire parte della famiglia.
Lui parla russo, noi italiano. Capirsi è un’impresa.
Ma tra Google Translate, qualche parola d’inglese conosciuta dal figlio e gli immancabili gesti, riusciamo sempre a trovare il modo di comunicare.
Per ringraziarli prepariamo una cena italiana e proviamo a spiegare come si cucina la pasta.
Loro ricambiano facendoci assaggiare il non, il tradizionale pane uzbeko decorato con motivi geometrici, i samsa, fagottini ripieni di carne, cipolla o zucca, gli shashlik, spiedini di carne cotti alla brace, e naturalmente gli immancabili manty.
Il pane, qui, è molto più di un semplice alimento. Ogni fornaio utilizza uno stampo chiamato chekich per incidere la superficie prima della cottura, ed è difficile trovare due forme identiche.
Gli ultimi preparativi
Nel frattempo c’è ancora parecchio da fare.
Decidiamo di eliminare le due borse fissate ai lati della ruota anteriore della Lambretta. Dopo migliaia di chilometri ci siamo accorti che creano troppo attrito e rendono la guida più pesante.
Boris ci accompagna al bazar, ci aiuta a contrattare e a trovare quello che ci serve senza pagare il classico “prezzo da turista”.
Ma il suo aiuto diventa fondamentale soprattutto per organizzare la spedizione della Lambretta in India. Ci accompagna negli uffici del cargo, traduce ogni conversazione e ci aiuta a districarci tra documenti e procedure.
Quando sembra finalmente tutto risolto, arriva un altro problema. Lo spedizioniere accetta soltanto contanti.
Trovare un bancomat che riconosca le nostre carte e permetta di prelevare dollari si rivela molto più complicato del previsto.
Giriamo per ore senza risultati, finché qualcuno ci indica un grande hotel internazionale. Entriamo. Inseriamo la carta. Per qualche secondo tratteniamo il fiato. Poi lo sportello si apre.
Finalmente abbiamo i dollari necessari.
A presto VàLentina
Con tutte le pratiche concluse portiamo VàLentina al cargo. Fili toglie la benzina dal serbatoio. Firma gli ultimi documenti.
Paga.
E VàLentina sparisce lentamente dentro il magazzino. Per la prima volta dall’inizio del viaggio ci allontaniamo senza di lei.
Adesso possiamo solo sperare che vada tutto liscio.
La tensione accumulata nelle ultime settimane presenta il conto. Fili, l’indomani si sveglia con febbre alta, mal di stomaco, dissenteria e dolori ovunque.
Boris gira la città per procurargli tutte le medicine necessarie.
Decidiamo di portarli a fare una grande spesa. È il minimo che possiamo fare dopo tutto quello che hanno fatto per noi.
Tra gli scaffali del supermercato i bambini si fermano davanti a un enorme barattolo di Nutella. Boris ci spiega che è un prodotto costoso e che loro non la comprano quasi mai. La mettiamo nel carrello senza dire niente. Dai loro sorrisi capiamo subito di aver scelto il regalo giusto.
Arriva il momento dei saluti.
In pochi giorni Boris e la sua famiglia sono diventati molto più di un semplice appoggio durante il viaggio.
Ci abbracciamo con la promessa di rivederci un giorno.
Poi prendiamo le nostre borse e ci dirigiamo verso l’aeroporto. Fuori piove.
Corriamo fino al terminal con tutto il bagaglio sulle spalle.
La Lambretta è già in viaggio.
Tra poche ore lo saremo anche noi.
La prossima tappa ci porterà a Delhi, Agra e il Rajasthan
Info utili
Spostarsi
Bukhara, Samarcanda e Tashkent sono collegate dal treno ad alta velocità Afrosiyob, il mezzo più rapido per spostarsi tra le principali città dell’Uzbekistan. Se invece viaggi in moto o in auto, puoi fermarti nei piccoli villaggi lungo la strada, dove si scopre un volto molto più autentico del Paese.
Dormire
Per vivere davvero l’atmosfera della Via della Seta, scegli una guesthouse tradizionale o un antico caravanserraglio trasformato in hotel. Costano spesso quanto un hotel moderno, ma regalano un’esperienza completamente diversa.
Contrattare
Nei bazar la contrattazione è normale, ma va vissuta con leggerezza. Chiedi sempre il prezzo con il sorriso, fai la tua proposta senza esagerare e, se non trovi un accordo, ringrazia e allontanati. Molto spesso sarà il venditore stesso a richiamarti con un’offerta migliore. Ricorda però che pochi euro possono fare la differenza per chi vive di artigianato: contrattare è parte della cultura locale, ma farlo con rispetto lo è ancora di più.
Fotografare
Alzati presto. Al mattino il Registan, Shah-i-Zinda e le vie di Bukhara sono molto più tranquille e la luce valorizza le maioliche e i colori della città. Per i mercati aspetta invece che si animino: è lì che nascono gli scatti più autentici. Se fotografi una persona, chiedi sempre il permesso con un sorriso e un semplice gesto con la macchina fotografica.


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