Dal Bardia National Park a Kathmandu: il nostro viaggio on the road in Nepal
Lasciamo alle spalle il caos delle grandi città dell’ India del nord. Attraverseremo il Nepal da ovest a est, seguendo le strade che collegano il Terai alle montagne, fino alla valle di Kathmandu e al confine con l’India del Nord-Est
Dal Bardia National Park a Pokhara
È incredibile come un confine possa cambiare completamente un Paese.
Nel Bardia National Park l’aria torna pulita, il rumore continuo dei clacson indiani lascia finalmente spazio allo scorrere dei fiumi e anche noi, quasi senza accorgercene, rallentiamo.
Il Bardia è una delle aree naturali più selvagge del Nepal. A differenza del più conosciuto Chitwan, qui il turismo è ancora limitato e la natura è la vera protagonista. Negli ultimi anni il parco è diventato un esempio di conservazione della tigre del Bengala grazie anche al coinvolgimento delle comunità locali.
La pianura lascia lentamente spazio alle montagne. La strada si arrampica lungo vallate profonde mentre, molto più in basso, un fiume scorre impetuoso. Intorno a noi si susseguono risaie terrazzate, boschi, palme.
Nei villaggi la vita continua a seguire ritmi che sembrano immutati da generazioni. Le cascatelle diventano docce pubbliche, lavanderie e punti di ritrovo. Alcune donne spaccano la legna, mentre gli uomini risalgono lentamente i sentieri con grandi ceste di bambù sulla schiena. Sono i tradizionali doko, sostenuti da una fascia chiamata namlo, ancora oggi il modo più pratico per trasportare raccolti e qualsiasi altro carico.

Verso l’ora di pranzo ci fermiamo in un piccolo rifugio affacciato sulla vallata. Finalmente una birra fresca accompagnata da un piatto di momo alla piastra, ripieni di carne di bufala e verdure. Attenzione alle salse di accompagnamento: alcune sono decisamente più piccanti di quanto sembrino. Oltre ai momo, il piatto che troverete praticamente ovunque è il dal bhat: riso, zuppa di lenticchie e piccoli contorni. Molti ristoranti ne offrono il bis gratuito, una tradizione molto diffusa in Nepal.
I tornanti sembrano disegnati apposta per chi ama le curve in moto e mi lascio prendere un po’ la mano. Ma presto l’asfalto sparisce.
Cominciano fango, cantieri e guadi. La Fra scende quasi sempre per alleggerire la Lambretta durante gli attraversamenti più complicati, mentre io provo a trovare la traiettoria migliore tra acqua e pietre. Arriviamo dall’altra parte completamente infangati, ma la nostra VàLentina non fà una piega.
Dopo un’intera giornata di curve raggiungiamo Pokhara, il punto di partenza per molti trekking verso l’Annapurna. Basta passeggiare lungo il lago Phewa per incontrare escursionisti con lo zaino in spalla, guide di montagna e piccoli negozi specializzati. Nelle giornate limpide il lago riflette le cime dell’Annapurna e del Machapuchare, la celebre “Montagna a Coda di Pesce”, considerata sacra e mai scalata fino alla vetta.
La mattina seguente ce la prendiamo con calma. Dopo una colazione un po’ più occidentale e l’acquisto di una nuova borraccia, raggiungiamo la sponda opposta del lago.
Due anziani ci chiamano con un sorriso e ci fanno cenno di sederci accanto a loro. Vogliono soltanto una fotografia insieme. Davanti a noi le montagne si riflettono nell’acqua immobile, mentre le piccole barche colorate oscillano lentamente vicino alla riva.

Con il senno di poi una sola notte è troppo poco. Se avete tempo, dedicate almeno due giorni a Pokhara: non tanto per la città, quanto per i suoi dintorni
Verso Kathmandu
.Lasciamo Pokhara con l’idea di raggiungere Kathmandu entro sera. Sulla cartina la distanza non sembra proibitiva, ma più ci avviciniamo alla capitale e più il traffico cambia faccia. Le carreggiate si restringono, aumentano camion e autobus e i sorpassi diventano sempre più azzardati. Sulle strade di montagna gli autisti usano il clacson prima di ogni curva cieca per segnalare la propria presenza, una consuetudine che spesso evita scontri.
Incrociamo camion ribaltati sul fondo della valle, autobus inclinati verso il burrone e mezzi rimasti fermi sul ciglio della strada. Basta guardarli per capire quanto sia facile sbagliare.
A un certo punto un autobus decide di sorpassare senza rallentare e ci costringe sempre più verso il bordo della carreggiata. Alla mia destra c’è il vuoto.
Riesco a tenere la Lambretta in equilibrio e mi fermo a pochi centimetri dal vuoto. Mi giro verso Francesca. È impallidita. Poi tira un sospiro,
Per qualche secondo entrambi abbiamo pensato il peggio. Ripartiamo con ancora più attenzione.
In Nepal si guida a sinistra, almeno sulla carta. Nella realtà ognuno interpreta la strada a modo suo e l’unica soluzione è restare sempre concentrati e pronti a tutto.

Anche VàLentina inizia a sentire la quota. Durante una lunga salita il motore perde regolarità fino a spegnersi. Mi fermo sul ciglio della strada, regolo leggermente la carburazione e dopo pochi minuti siamo di nuovo in viaggio.
Nel tardo pomeriggio raggiungiamo finalmente Kathmandu. La capitale ci appare subito molto diversa dal resto del Nepal. Dopo giorni trascorsi tra montagne e piccoli villaggi, tornare nel traffico di una grande città richiede quasi un nuovo periodo di adattamento.
Passeggiamo tra le vie di Thamel, il quartiere più turistico della città, pieno di negozi di montagna, librerie e ristoranti frequentati da viaggiatori provenienti da tutto il mondo. Visitiamo alcuni dei luoghi simbolo della capitale, tra cui il Tempio delle Scimmie, il Buddha Dormiente e la grande stupa di Boudhanath. Vale la pena fermarsi qualche minuto a osservare i pellegrini che percorrono la stupa in senso orario facendo girare le ruote di preghiera. È uno dei luoghi dove si percepisce meglio la spiritualità buddhista del Nepal.

Ora ci dirigiamo verso quella che diventerà la città che più ci conquisterà in Nepal.
Bhaktapur: il fascino della città Newari
Raggiungiamo Bhaktapur, antica città dei Newari e una delle tre antiche capitali della valle di Kathmandu.
Davanti all’ingresso troviamo un gabbiotto dove vendono i biglietti. Convinti che si tratti del parcheggio, proseguiamo imboccando una stretta via pedonale. Francesca scende dalla Lambretta per capire dove siamo finiti e dopo qualche minuto torna sorridendo.
«Che fortuna… siamo proprio dietro la piazza principale.» Solo più tardi scopriamo che quel ticket non serviva per il parcheggio, ma per entrare nella città storica.
Ormai siamo dentro. Nessuno ci ha fermato. Nessuno ci ha chiesto nulla. Sorridiamo.
Pochi passi dopo veniamo catturati dalla facciata di un edificio in legno finemente intagliato. Ogni finestra è diversa dall’altra e ogni dettaglio sembra raccontare secoli di storia. Entriamo quasi per curiosità.
Il Peacock Guest House, ricavato all’interno di una tradizionale casa Newari, ancora oggi ospita un piccolo laboratorio dove gli artigiani continuano a lavorare il legno seguendo tecniche tramandate da generazioni. Costa più di quanto avevamo previsto, ma basta guardare il cortile interno per convincerci a fermarci una notte.

Dopo un breve riposo usciamo senza una meta precisa. È il modo migliore per scoprire Bhaktapur.
In una piazza alcune donne chiacchierano sedute sui gradini di un tempio. Poco più in là un gruppo di anziani si porta il fumo dei bracieri verso il volto durante un rito di purificazione. Le campane risuonano in continuazione, i bambini giocano tra i mattoni delle piazze e, nonostante la presenza dei turisti, la città continua semplicemente a vivere.
È questo che ci colpisce più di tutto. Bhaktapur non sembra solo un museo a cielo aperto. Sembra una città dove storia e quotidianità convivono ancora.
Camminando ci accorgiamo che molti edifici sono ancora sostenuti da grandi travi di legno. Il terremoto del 2015 ha lasciato ferite profonde in tutta la valle di Kathmandu e qui sono ancora visibili. Alcuni templi sono stati ricostruiti recuperando le pietre originali, altri attendono ancora il loro turno.
Ci perdiamo tra i suoi quartieri, dove gli antichi mestieri continuano a vivere. C’è la piazza dei vasai con centinaia di vasi lasciati ad asciugare al sole, le botteghe degli intagliatori del legno, quelle dei cartai e i laboratori dove prendono forma le thangka, i tradizionali dipinti buddhisti realizzati seguendo regole tramandate da secoli.
Io rimango incantato davanti alle botteghe dei khukuri, il caratteristico coltello ricurvo simbolo dei Gurkha e ancora oggi profondamente legato alla cultura nepalese.
Ma sulla Lambretta lo spazio è ormai finito da un pezzo. Ci consoliamo con un pranzo sulla terrazza di un piccolo ristorante affacciato su Durbar Square.

Non conosciamo davvero le tradizioni religiose del Nepal e spesso non comprendiamo ciò a cui stiamo assistendo. Eppure osservare le persone durante le loro cerimonie, passeggiare tra questi templi e vedere la vita quotidiana scorrere senza fretta ci coinvolge.
Con il senno di poi, quel biglietto lo avremmo pagato senza esitazione. Bhaktapur merita almeno una giornata, meglio ancora una notte. Quando i gruppi organizzati se ne vanno e le piazze tornano ai loro ritmi quotidiani, la città mostra il suo lato più autentico.
Se dovessimo scegliere una sola città della valle di Kathmandu, torneremmo senza dubbio a Bhaktapur. Kathmandu merita una visita per i suoi grandi siti religiosi, ma è qui che abbiamo trovato l’atmosfera che cercavamo: vicoli pieni di vita, antichi mestieri tramandati da generazioni, e la vita quotidiana che continua a scorrere tra antiche case Newari, botteghe artigiane e templi.
Verso il confine con l’India
Torniamo sulle strade di montagna. Ancora una volta ci aspettano tornanti, salite e lunghi tratti a strapiombo.
Raggiungiamo i 1.400 metri di quota. Fa freddo e per un tratto guidiamo sopra un mare di nuvole. Sul valico troviamo un piccolo villaggio e un luogo sacro dove alcuni fedeli si fermano a pregare prima di riprendere il viaggio.
Poi arriva la discesa.
I tornanti sono stretti, non ci sono protezioni e bisogna mantenere sempre alta l’attenzione. Poco alla volta perdiamo quota fino a raggiungere la strada principale che attraversa il Nepal da est a ovest.
Più ci avviciniamo al confine e più ci rendiamo conto che questo Paese ci mancherà.
Ricorderemo sempre i sorrisi luminosi, l’ospitalità, il loro modo di vivere pacifico e quella calma che sembra accompagnare ogni gesto.
Un ponte sul fiume separa gli uffici doganali tra Nepal (Kakarvitta) e India (Panitanki).
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