Uzbekistan: il Safari e l’ospitalità nel deserto

Pensiamo che il deserto del Kazakistan ci abbia già messo abbastanza alla prova, ma ci sbagliamo.

Finalmente arriviamo alla dogana uzbeka, dove perdiamo altre due ore tra i controlli al mezzo, ai bagagli e perfino alle medicine: alcuni antidolorifici e psicofarmaci qui sono considerati droga. Poi tocca ai cellulari. La pornografia è vietata, così come le foto nelle aree di confine, e dopo aver passato in rassegna immagini e video ci fanno perdere altro tempo perché non riescono a interpretare il  libretto “vintage” della Lambretta.

Nonostante questo, gli agenti sono molto gentili. Ci accompagnano da un ufficio all’altro, cercano di spiegarci le varie procedure e, tra un controllo e l’altro, si fermano anche a chiacchierare con noi.

Terminata l’ispezione, sotto un sole cocente, proviamo a fermarci nell’unico hotel fuori dalla dogana, un enorme capannone pieno di gente che tenta di venderci qualsiasi cosa. Entro a chiedere una camera e la ragazza alla cassa, mentre conta alcune mazzette di banconote, mi guarda e dice:

«40 dollar.» Penso sia il prezzo della stanza.

Poi aggiunge: «For person.»

È in quel momento che mi esce spontaneo un: «Ma vaff…»

Ripartiamo e qualche chilometro più avanti troviamo una bettola fatiscente lungo la strada. La stanza è spoglia, con tappeti polverosi sul pavimento dove avranno dormito centinaia di persone e animali, ma per 15 dollari dormiamo in due… insieme alla Lambretta.

Lambretta parcheggiata all'interno di un ristoro nel deserto dell'Uzbekistan durante il nostro viaggio on the road verso Khiva.
la Lambra dorme con noi

La ragazza che gestisce il posto è rannicchiata a terra, in un piccolo cucinino, e sta preparando i manty, grandi ravioli ripieni di carne e cipolla. A gesti le facciamo capire che vorremmo cenare, cercando di non far troppo caso alla sporcizia e all’acqua marrone che esce dal rubinetto.

Quando chiediamo dov’è il bagno ci indica una baracca di lamiera dall’altra parte della strada.

Con quaranta gradi, assediati dalle mosche e davanti a un semplice buco nel terreno profondo appena cinquanta centimetri, anche andare in bagno diventa un’impresa.

Appena cala il buio, chiude tutte le uscite con grossi catenacci. Il silenzio viene rotto solo dal rumore di qualche animale che si aggira furtivo nella notte.

Ristoro lungo la strada nel deserto dell'Uzbekistan, dove abbiamo dormito
la nostra prima notte in Uzbekistan

Il Safari

L’indomani ci attende il deserto, con un lungo tratto di strada dissestata che gli uzbeki chiamano Safari. Il paesaggio è una distesa di gialli, dall’ocra al beige. Fa caldo e la polvere che alziamo rende persino difficile respirare.

Per ore non incontriamo nessuno.

A farci compagnia ci sono solo i gerboa, piccoli roditori del deserto che escono dai loro buchi nella sabbia, si mettono sulle zampe posteriori rivolti verso il sole e sembrano chiacchierare tra loro. Ogni tanto compaiono anche qualche volpe e alcuni falchi.

Le continue buche mettono a dura prova gli ammortizzatori, le nostre schiene e anche VàLentina. A un certo punto il copertone posteriore cede per le troppe sollecitazioni: il cerchio e il tamburo si spaccano.

Cambio la ruota e ripartiamo.

In lontananza vedo una nuvola di polvere dirigersi verso di noi. Penso sia un fuoristrada, invece compare una vecchia moto russa guidata da un uzbeko che attraversa la steppa a tutta velocità solo per raggiungerci, stringerci la mano e salutarci con un sorriso.


Info Utile

Quello che gli uzbeki chiamano “Safari” non è un parco naturale, ma un lungo tratto di strada sterrata che, almeno ai tempi del nostro viaggio, collegava il confine con il Kazakistan a Qo’ng’Irot. Era famoso tra i viaggiatori per le buche, la polvere e i numerosi cantieri. Oggi gran parte del percorso è stata asfaltata, ma alcune deviazioni e lavori possono ancora rallentare il viaggio.

Quanto è cambiata questa strada? 

Quando abbiamo attraversato questo tratto di Uzbekistan, il “Safari” era famoso per le sue buche e i lunghi sterrati. Negli ultimi anni gran parte della strada è stata asfaltata, quindi oggi l’esperienza è molto diversa da quella che abbiamo vissuto noi nel 2017.

L’ospitalità

Arriviamo a Qo’ng’Irot e, sempre con l’aiuto dei gesti, chiediamo un posto dove dormire e mangiare. Invece di indicarci la strada, ci accompagnano fino a casa di Solfia.

È una giovane ragazza dai capelli neri lucenti e dagli occhi allungati, vestita con un abito tradizionale. Ci accoglie con entusiasmo e ci spiega che casa sua è usata anche dai vicini del quartiere, che vengono a fare la sauna, una doccia calda o si fermano nel piccolo caffè affacciato sulla strada.

Dopo la sauna e la doccia nel pollaio, ne approfittiamo anche per fare il bucato. Per stendere i panni devo fare lo slalom tra decine di galline che razzolano nel cortile, cercando di non pestare i loro escrementi. Ogni tanto butto un occhio alla Lambretta, preoccupato di come la ritroverò il mattino dopo, ma qui l’ospitalità è sacra e decido di lasciare perdere.

Cortile di una casa tradizionale in Uzbekistan con la Lambretta parcheggiata durante il nostro viaggio, ospiti di una famiglia locale a Qo'ng'Irot.
la Lambra nel cortile di Solfia

Solfia è curiosissima e ci invita a cena con la sua famiglia.

Oltrepassiamo il pollaio, ci togliamo le scarpe e ci sediamo a terra, in cerchio, attorno a una grande padella di plov: riso con carne di montone, cipolle, carote, uvetta, mele cotogne e piselli. Va mangiato rigorosamente con le mani ed è una vera bontà.

Per la notte ci accompagna in una stanza con tappeti. Solo il mattino dopo ci rendiamo conto che sua madre e la nipotina avevano dormito fuori, nel cortile, protette da una zanzariera.

Un invito da non rifiutare
Nelle zone rurali non è raro essere invitati a bere un tè o a condividere un pasto. Se ti capita, accetta con rispetto: è uno dei modi più autentici per conoscere la cultura uzbeka.

Benzina

Chiediamo ad alcuni uomini per strada dove si trova il distributore più vicino, ma ci fanno segno che in zona non ce ne sono. Qui quasi tutti i mezzi vanno a gas e trovare benzina è molto difficile.

Fortunatamente il gestore di una pompa di metano riesce a recuperarci una decina di litri.

Verso il confine con il Turkmenistan, si intravedono in lontananza alcune oasi verdi, mentre noi continuiamo a viaggiare in mezzo al deserto.

Arriviamo a Beruniy e ricominciamo la ricerca di un posto dove dormire.

Un tassista ci fa cenno di seguirlo e ci accompagna fino a una piccola azienda agricola. Il proprietario ci dice che possiamo passare la notte lì, ma prima vuole assicurarsi che mangiamo qualcosa.

Non parla una parola d’inglese. Va a cambiarsi, indossa una camicia elegante e ci fa salire sulla sua macchina, accompagnandoci in un ristorante.

Mentre noi mangiamo un pollo intero, tenerissimo, e della carne di capra molto speziata, lui resta seduto ad aspettare con pazienza.

Sulla strada del ritorno si ferma da un venditore di frutta e ci regala un melone.

Quando rientriamo, i lavoratori sono tornati dai campi e si riposano sdraiati all’ombra della veranda. Passiamo un po’ di tempo insieme, tra gesti, sorrisi e qualche parola che non riusciamo a capire.

Il mattino dopo recuperiamo altra benzina e ripartiamo.

Info Utile

Quando abbiamo attraversato l’Uzbekistan nel 2017, trovare benzina nel Karakalpakstan era una delle difficoltà maggiori del viaggio, perché molti distributori vendevano quasi esclusivamente metano. Oggi la situazione è migliorata, ma nelle zone più remote è comunque una buona idea fare rifornimento appena se ne presenta l’occasione.

Verso Khiva

La strada continua ad alternare cantieri, terra, asfalto e brecciolino. Non mancano dossi e buche improvvise.

A un certo punto parte un bullone dal cerchio e buchiamo di nuovo.

La strada sembra interminabile e il tempo non passa mai, perché il panorama rimane sempre uguale, immobile.

Poi, dal nulla, compaiono tre ciclisti. Tra loro c’è anche un ragazzo italiano che pedala da quattro mesi.

Ci facciamo forza.  All’orizzonte iniziano finalmente a comparire le antiche mura di Khiva, una delle città più affascinanti della Via della Seta.

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