Myanmar: il Paese che ci ha accolti con un sorriso

Dopo aver attraversato gli stati più remoti dell’India nord-orientale arriva uno dei momenti che aspettavamo da mesi: l’ingresso in Myanmar. Non immaginavamo che, ancora prima dei templi e dei grandi paesaggi, sarebbero state le persone a lasciarci il ricordo più bello.


Un confine diverso da tutti gli altri

Lasciamo alle spalle il traffico e il caos indiano attraversando il piccolo ponte di ferro che separa i due Paesi. Dall’altra parte ci aspetta Tamu, una tranquilla cittadina di confine immersa nel verde.

La prima sensazione è strana. Non c’è confusione, non ci sono clacson, non c’è la frenesia a cui ormai ci eravamo abituati.

Ad aspettarci troviamo Zaw, la guida della Myanmar Senses Family, l’agenzia che ci accompagnerà durante tutto l’attraversamento del Paese.

(Nel 2017,  i veicoli stranieri potevano entrare solo se accompagnati da un tour operator autorizzato, incaricato di gestire i permessi e seguire l’intero itinerario.)

Mentre attendiamo il completamento dei documenti, il comandante della dogana ci invita a pranzare insieme allo staff. È il nostro primo assaggio dell’ospitalità birmana.

E non sarà certo l’ultimo.


Una piccola carovana

Poco dopo arrivano anche Fabio e Anna, una coppia di italiani impegnata nel giro del mondo con una BMW GS.

Dopo le presentazioni partiamo tutti insieme.

La nostra piccola carovana è composta da due moto, un minivan con autista, la guida e un funzionario del Ministero del Turismo.

Francesca non perde tempo e prende subito posto sul sedile climatizzato del furgone.

Io tolgo gran parte dei bagagli dalla Lambretta e li carico sul van. Appena riparto mi accorgo subito della differenza.

Dopo mesi passati a guidare un mezzo pesante, ritrovare una Lambretta agile mi restituisce il piacere della guida. Le curve diventano più naturali, le manovre più leggere e anche sulle strade dissestate il comportamento cambia completamente.

In quel momento realizzo quanto ogni chilo faccia davvero la differenza durante un viaggio così lungo.


Bastano pochi chilometri per capire che il Myanmar è diverso

Piove quasi tutto il giorno. Eppure il maltempo passa completamente in secondo piano.

Le strade attraversano villaggi ordinati, case in legno costruite su palafitte e lunghi filari di alberi che formano vere e proprie gallerie verdi.

Ma non è il paesaggio a colpirci di più. Sono le persone.

Ogni volta che attraversiamo un villaggio qualcuno ci saluta.

I bambini interrompono i giochi e corrono verso la strada agitando la mano.

Gli adulti sorridono, ci osservano incuriositi e spesso uniscono le mani inclinando leggermente il capo.

Non importa se stanno lavorando nei campi, chiacchierando davanti a casa o pedalando lungo la strada.

Nessuno rimane indifferente al passaggio di stranieri e soprattutto davanti a una Lambretta.


Le prime impressioni del Myanmar

Più passano i giorni e più ci rendiamo conto che la gentilezza dei birmani va oltre i sorrisi. È un modo di vivere i rapporti con gli altri. La ritroviamo nelle piccole attenzioni quotidiane, nel rispetto con cui si rivolgono alle persone e nella naturalezza con cui sono pronti ad aiutare, senza mai essere invadenti o aspettarsi qualcosa in cambio.

Anche quando qualcuno porge un oggetto o riceve del denaro, accompagna spesso il braccio destro con la mano sinistra: un gesto semplice, ma carico di rispetto verso chi ha di fronte.

Lo stesso spirito si ritrova a tavola. Il tè verde arriva ancora prima del menù e continua a essere rabboccato senza che nessuno lo chieda. Non è un’attenzione riservata agli ospiti, ma un’abitudine quotidiana che racconta il loro modo di accogliere le persone.

E poi la discrezione. Nessuno cerca di attirare l’attenzione, di mettersi in mostra o di essere invadente. Ti osservano con curiosità, ti sorridono e, se ne hai bisogno, si avvicinano con naturalezza. Poi tornano alla loro vita, come se aiutare qualcuno fosse semplicemente la cosa più normale del mondo.

È forse questo che ci porteremo a casa più di ogni altra cosa. Un popolo capace di farti sentire il benvenuto attraverso una gentilezza silenziosa, una serenità contagiosa e un forte rispetto a cui non siamo abituati.


La cucina birmana, una piacevole sorpresa

La cucina qui rappresenta un ponte tra India, Thailandia e Cina.

Tavola con piatti della cucina birmana serviti durante un pranzo tradizionale in Myanmar, con riso, curry, verdure e zuppe da condividere.
il menù non esiste. Ti siedi, arriva il riso e, uno dopo l’altro, iniziano a comparire piccoli piatti.

Ogni pasto arriva con una ciotola di riso bianco accompagnata da tanti piccoli piatti da condividere: curry di carne o pesce, verdure, zuppe leggere e salse preparate con ingredienti locali.

Nei giorni successivi iniziamo anche ad assaggiare alcuni dei piatti più tipici, come il Mohinga, una zuppa di noodles di riso e pesce considerata il piatto nazionale, e il Laphet Thoke, un’insalata preparata con foglie di tè fermentate, croccanti arachidi e semi di sesamo. Sapori insoliti per noi, ma che raccontano bene l’identità della cucina birmana.


Monywa e il primo incontro con il buddismo birmano

Francesca davanti al Buddha gigante del Maha Bodhi Tahtaung a Monywa, uno dei complessi buddhisti più importanti del Myanmar.
Con i suoi 116 metri di altezza, il Buddha di Monywa è tra le statue più alte del mondo. Salendo al suo interno si possono osservare decine di piani che raccontano scene della vita e degli insegnamenti di Buddha.

La strada sterrata verso Monywa scorre veloce tra risaie, piccoli villaggi e carri trainati dai buoi.

Il traffico è quasi assente e guidare diventa finalmente rilassante.

Qui visitiamo il Maha Bodhi Tahtaung, uno dei complessi religiosi più importanti della zona.

Le centinaia di statue di Buddha sedute in meditazione, perfettamente allineate sotto gli alberi, creano un colpo d’occhio davvero particolare.

Poco distante raggiungiamo il Mohnyin Thambuddhei Paya. Entriamo senza sapere cosa aspettarci.

Poi alziamo lo sguardo. Statue di Buddha ovunque. Sulle pareti. Nelle nicchie. Sui soffitti.

Sono oltre mezzo milione.

Per qualche minuto smettiamo perfino di fotografare.

Ci limitiamo a osservare.

La nostra Lambretta parcheggiata davanti al tempio Mohnyin Thambuddhei Paya a Monywa, uno dei complessi buddhisti più spettacolari del Myanmar.
un intricato insieme di santuari, gallerie e oltre mezzo milione di immagini di Buddha.

Perché in Myanmar la settimana ha otto giorni?

Visitando i primi templi scopriamo una curiosità che inizialmente ci sfugge.

Intorno alla pagoda ci sono otto piccoli altari, ognuno con una statua di Buddha e un animale diverso.

Solo più tardi la nostra guida ci spiega il motivo. In Myanmar la settimana è composta da otto giorni. Il mercoledì viene infatti diviso in mattina e pomeriggio, ognuno associato a un animale differente.

I fedeli si fermano davanti all’altare corrispondente al proprio giorno di nascita e versano sull’immagine di Buddha tanti bicchieri d’acqua quanti sono i loro anni.

Da quel momento iniziamo a farci caso in ogni tempio che visiteremo nel Paese.

È uno di quei piccoli dettagli che, se nessuno te lo spiega, rischi di osservare senza comprenderne il significato.


Visitare un tempio in Myanmar

I templi non sono semplici attrazioni turistiche.

Sono luoghi di culto ancora molto frequentati e fanno parte della vita quotidiana dei birmani.

Prima di entrare bisogna togliere scarpe e calze, quindi conviene indossare calzature facili da sfilare, soprattutto se si prevede di visitarne diversi nella stessa giornata.

Il consiglio che ci sentiamo di dare, però, è un altro.

Non limitatevi ad ammirare i monumenti.

Fermatevi qualche minuto a osservare le persone.

Le famiglie che pregano insieme, i monaci che attraversano il cortile in silenzio, gli anziani che si siedono all’ombra per chiacchierare.

Spesso è proprio questa quotidianità a rendere speciale la visita.

Dopo due giorni lasciamo Monywa e riprendiamo la strada verso sud.

Se c’è una cosa che abbiamo capito fin dai primi chilometri è che il Myanmar non è solo templi e pagode. A colpirci per primi sono stati i sorrisi e la gentilezza delle persone incontrate lungo la strada.

I monumenti sono straordinari, ma sono le persone ad averci fatto sentire davvero i benvenuti.

Il nostro viaggio in Myanmar continua ⇒QUI


Domande frequenti

Perché in Myanmar molti uomini indossano una “gonna”?

Quello che a prima vista può sembrare una gonna è il longyi, un tradizionale tessuto tubolare indossato sia dagli uomini che dalle donne. Cambiano il colore, le fantasie e soprattutto il modo in cui viene annodato in vita. È fresco, comodo e perfettamente adatto al clima del Paese. Ancora oggi è l’abbigliamento quotidiano della maggior parte della popolazione.

Cos’è la pasta gialla che molte persone hanno sul viso?

È il thanaka, una pasta ottenuta dalla corteccia di un albero locale. Viene utilizzata da secoli come protezione naturale dal sole, rinfrescante per la pelle e, in molti casi, anche come semplice elemento estetico. La vedrai soprattutto sul volto di donne e bambini, spesso disegnata con forme circolari o a foglia.

Perché nei templi ci sono campane invece delle classiche candele?

In molti templi birmani, dopo una preghiera o un’offerta, i fedeli suonano una campana di bronzo con un piccolo tronchetto di legno. Secondo la tradizione serve a “far sapere” agli spiriti e alle divinità che la propria preghiera è stata compiuta.

È vero che in Myanmar si guida a destra ma molte auto hanno il volante a destra?

Sì, ed è una delle curiosità più insolite del Paese. Per molti anni si guidava a sinistra, poi il governo decise improvvisamente di passare alla guida a destra. Gran parte delle auto, però, continuò a essere importata dal Giappone con il volante a destra, creando una situazione piuttosto particolare che ancora oggi si può osservare in diverse zone del Paese.

 

 

 

Myanmar: il Paese dei mille Buddha (parte1)
Tag:                                                             

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *