Dal Nord-Est dell’India al confine con il Myanmar
Questa volta l’India ci mostra un volto completamente diverso. Davanti a noi ci aspettano gli stati del Nord-Est: una delle regioni meno conosciute dell’India, con foreste tropicali, montagne, risaie e popoli tribali.
Dall’Assam alle montagne del Meghalaya
Usciti dal Nepal, le pratiche doganali scorrono via più velocemente del previsto. I doganieri osservano il nostro Carnet de Passage senza sapere bene cosa farsene, così mentre Francesca compila gli ultimi documenti, io mi ritrovo a timbrare da solo i nostri passaporti.
E’ fatta, si parte! Ai lati della strada compaiono alte palme e ordinate piantagioni di tè che si estendono a perdita d’occhio. Siamo entrati nello stato dell’Assam, una delle più importanti regioni produttrici di tè al mondo. È qui che nasce il celebre Assam Tea, un tè nero intenso e corposo coltivato nelle pianure umide ai piedi dell’Himalaya ed esportato in tutto il mondo.
Per qualche minuto, tra una nuvola e l’altra, riusciamo anche a scorgere le cime innevate del Kanchenjunga, con i suoi 8.586 metri la terza montagna più alta della Terra. Lo spettacolo dura pochissimo ma è di grande effetto.
La campagna scorre lenta. Bufali e mucche pascolano tra le risaie, i pescatori calano le reti nei corsi d’acqua e la vita sembra seguire un ritmo completamente diverso rispetto alle grandi città indiane.
La strada, invece, è un’altra storia. Buche profonde e dossi improvvisi mettono continuamente alla prova la Lambretta.
A un tratto sento il posteriore sbandare. Abbiamo bucato.
Mentre sostituisco la ruota mi accorgo che il tamburo posteriore presenta una crepa. Non è una bella notizia e non sappiamo quanto potrà resistere prima di cedere definitivamente.
Ripartiamo verso Gossaigaon, accompagnati da una pioggia leggera. Anche qui le persone sono curiose di sapere da dove arriviamo. Ogni tanto uno scooter ci raggiunge, ci fa la solita domanda e poi riparte con un grande sorriso e un cenno della mano.
Lasciamo lentamente la pianura per dirigerci verso Shillong, capitale dello stato del Meghalaya, il cui nome significa letteralmente “dimora delle nuvole”. Non potrebbe esserci definizione più azzeccata: questa regione ospita alcune delle località più piovose del pianeta e la pioggia, puntualmente, ci accompagna per buona parte del viaggio.
Vorremmo fermarci a dormire prima della città, ma tutte le guest house ci rispondono allo stesso modo: accettano soltanto clienti indiani. Registrare uno straniero richiede più documenti e a quell’ora della sera nessuno ha voglia di perdere tempo.
Così arriviamo fino a Shillong, dove troviamo finalmente un bell’albergo con parcheggio custodito. Dopo tanti giorni di viaggio, un letto comodo e delle lenzuola profumate sembrano un lusso.
Una saldatura e si riparte
La mattina seguente la nostra priorità è una sola: sistemare il tamburo posteriore.
Grazie a una foto pubblicata sui social ricevo subito diversi messaggi di aiuto. Tra questi c’è quello di Jasbir, un lambrettista di Delhi che si offre di spedirci un tamburo nuovo.
Ottima notizia, ma nel frattempo dobbiamo trovare qualcuno capace di saldare l’alluminio. Ci dicono che in città esiste una sola officina, ma nessuno sa indicarci dove si trovi. Passiamo ore a chiedere informazioni e a girare senza meta, finché scopriamo che l’officina è praticamente dietro l’hotel dove abbiamo dormito.
Il giovane saldatore lavora accovacciato a terra, mentre il collega più anziano ci riempie di domande e ci chiede qualche selfie. Finito il lavoro, rifiutano qualsiasi pagamento. Riesco a convincerli ad accettare almeno una piccola mancia, rimonto il tamburo e ripartiamo.

Fuori da Shillong il traffico lascia spazio alla montagna. L’aria diventa più fresca, la vegetazione cambia completamente e il profumo della legna bruciata esce dalle case dei piccoli villaggi. Davanti a molte abitazioni notiamo anche qualcosa di insolito per l’India: bidoni della spazzatura e strade sorprendentemente pulite.
Un cartello all’ingresso di un villaggio elenca le regole della comunità: niente alcol, niente graffiti, niente rifiuti abbandonati, niente bestemmie.
Un’immagine molto diversa da quella che avevamo imparato a conoscere nei mesi precedenti.
Meghalaya: dove gli alberi diventano ponti
La pioggia continua ad accompagnarci mentre attraversiamo le Jaintia Hills, una delle zone più remote del Meghalaya.
Le Jaintia Hills fanno parte di uno dei territori più piovosi del pianeta. Qui la foresta tropicale cresce rigogliosa e le montagne nascondono cascate spettacolari. Non lontano da queste vallate si trovano alcune delle cascate più alte dell’India, alimentate dalle piogge abbondanti che rendono questa regione una delle più umide del mondo.
Ma la vera meraviglia sono i Living Root Bridges. A differenza dei normali ponti, questi non vengono costruiti: vengono coltivati.
Per generazioni il popolo Khasi ha guidato le radici degli alberi della gomma (Ficus elastica) fino alla sponda opposta dei torrenti, utilizzando tronchi di palma come una sorta di canalina naturale. Con il passare degli anni le radici si intrecciano, si ispessiscono e diventano così robuste da sostenere il passaggio delle persone. Alcuni di questi ponti hanno più di duecento anni e continuano ancora oggi a crescere.
È una delle opere di ingegneria naturale più sorprendenti che abbiamo incontrato durante il nostro viaggio.
Molti dei ponti di radici più famosi si raggiungono con trekking di diversa difficoltà, spesso accompagnati da lunghe scalinate. Vale la pena prendersi il tempo: sono tra le esperienze più particolari che si possano vivere nel Nord-Est dell’India.

I Khasi custodiscono anche una tradizione molto particolare: la loro è una delle poche società matrilineari al mondo. Il cognome e i beni di famiglia vengono tramandati attraverso le figlie e, secondo la tradizione, è la figlia più giovane a ereditare la casa dei genitori.
Camminando tra questi villaggi percepiamo subito un’atmosfera diversa. Le persone sono cordiali, sorridenti e sembrano vivere con ritmi molto più tranquilli rispetto alle grandi città indiane. Molte delle antiche tradizioni sono cambiate nel tempo con l’arrivo dei missionari cristiani, ma questa regione conserva ancora oggi un’identità profondamente diversa dal resto dell’India.
Dodici ore per duecento chilometri
La strada che percorriamo costeggia per lunghi tratti il confine con il Bangladesh.
Le piogge dei giorni precedenti hanno provocato numerose frane e ogni smottamento significa una lunga coda di camion in attesa che una ruspa riesca a liberare la carreggiata.
Avanziamo lentamente, iniziando a superare la colonna di mezzi pesanti.
Ma poi ci fermiamo di nuovo. Un’altra frana.
L’acqua che scende dalla montagna ha trasformato la strada in una distesa di fango, solchi profondi e buche. In alcuni punti il fango arriva fino alla pedana della Lambretta e l’unico modo per restare in piedi è seguire le tracce lasciate dalle ruote dei camion.
Siamo sospesi tra la parete della montagna e il vuoto. All’improvviso la ruota colpisce un grosso masso nascosto nel fango.
La Lambretta rimbalza di lato. Per un istante penso di averla persa.
Riesco a trattenerla, ma una gamba rimane bloccata nel fango fino al ginocchio e la Lambretta si inclina pericolosamente verso valle.
Francesca scende prontamente e corre verso un tratto di terreno più solido. Con l’aiuto di un operaio riusciamo a tirare fuori la Lambretta.
Siamo tutti e tre ricoperti di fango. Ci guardiamo, sorridiamo e ripartiamo.
Pochi chilometri più avanti una curva è completamente ricoperta di fango e l’unico passaggio possibile è il piccolo cordolo di cemento che corre lungo il bordo dello strapiombo.
Sarà largo appena venti centimetri.
Chiedo alla Fra di spostare tutto il peso verso monte. Io trattengo il fiato e guardo fisso davanti. Non c’è margine di errore.
Per fortuna anche questa volta va tutto bene.
Su queste montagne non c’è segno di civiltà. Ci abbiamo messo dodici ore per fare 200 km, non ci sono punti di riferimento, né luci in lontananza, è buio pesto e io sono distrutto.
Una notte in caserma
Raggiungiamo un check-point militare dove alcuni soldati ci fermano per un controllo. Spieghiamo che stiamo cercando un posto dove dormire.
La risposta ci scoraggia. La città più vicina dista ancora circa 150 chilometri.
Impossibile arrivarci ora. Francesca, quasi per scherzo, chiede se possiamo sistemarci vicino al loro gabbiotto.
I soldati si guardano tra loro. Dopo qualche minuto ci fanno cenno di seguirli.
Il comandante ci accoglie con un grande sorriso e ci accompagna fino a una vecchia palazzina utilizzata come alloggio. Ordina subito ai ragazzi di prepararci un letto con lenzuola pulite e zanzariera. Poco dopo arrivano anche due secchi d’acqua, uno per lavarci e uno per le necessità, visto che non ci sono servizi.
Quando pensiamo che le sorprese siano finite, arriva anche il cuoco. Nel giro di pochi minuti compare una cena calda preparata soltanto per noi.
Ridiamo, scherziamo, scattiamo qualche fotografia insieme e trascorriamo la serata raccontandoci a gesti, tra poche parole d’inglese e tanti sorrisi. Quella sera ci addormentiamo pensando che, spesso, sono proprio i giorni più difficili a regalarci gli incontri più belli.

Tra giungla e check-point
La mattina seguente ripartiamo ma la strada non migliora.
Fango, buche e continui saliscendi ci accompagnano ancora per molte ore. Intorno a noi, però, la foresta tropicale è spettacolare. Cascatelle scendono dalla montagna, enormi farfalle colorate attraversano la strada e, più in basso, si apre la pianura verdissima del Bangladesh.

Lungo tutto il percorso incontriamo decine di check-point militari.
Questa parte dell’India confina con Bangladesh, Myanmar e Cina ed è considerata strategica dal punto di vista della sicurezza. Per molti anni diversi movimenti separatisti hanno interessato queste montagne e la presenza dell’esercito è ancora oggi molto evidente.
In uno dei villaggi i militari ci accompagnano perfino a comprare un po’ di benzina in una piccola bottega e, prima di lasciarci andare, ci invitano a bere un tè con loro. Piccoli gesti che difficilmente dimenticheremo.
Finalmente lasciamo le montagne alle spalle. La prima cosa che facciamo appena arrivati in città è lavare la Lambretta. Il fango ormai si è seccato ovunque: sulle pedane, sulle scarpe, e anche noi siamo tutti sporchi.
Abbiamo veramente bisogno di riposo e decidiamo di concederci qualche giorno di riposo a Imphal, capitale dello stato del Manipur.
Mentre Francesca si dedica al bucato, io approfitto della sosta per sistemare la Lambretta. Porto alcune camere d’aria da riparare e il gommista, una volta finito il lavoro, rifiuta qualsiasi pagamento.
Riesco a convincerlo ad accettare soltanto un vecchio copertone che per noi era ormai quasi da buttare, ma che per lui rappresentava ancora una risorsa preziosa. In queste zone del mondo il denaro non è sempre l’unico modo per ringraziare qualcuno. A volte basta uno scambio che abbia valore per entrambe le persone.
Passeggiando per la città scopriamo il luogo che più ci colpisce di Imphal. L’Ima Keithel, conosciuto anche come Mother’s Market.
È considerato il più grande mercato al mondo gestito esclusivamente da donne. Da secoli sono loro a tramandarsi i banchi di generazione in generazione, trasformando questo luogo in un simbolo dell’identità del Manipur.
Tra i banchi troviamo frutta mai vista, pesce essiccato, spezie, tessuti colorati e piccoli oggetti per i templi.
Al nostro passaggio molte donne sorridono, qualcuna si copre il volto per la timidezza, ma Francesca riesce comunque a rubare qualche scatto spontaneo, tra sorrisi, curiosità e tante risate.

Verso il Myanmar
L’ultima tappa indiana è Moreh, cittadina di confine con il Myanmar lungo la storica Asian Highway 1, la strada che un giorno collegherà il Giappone alla Turchia attraversando tutta l’Asia.
La strada continua a salire e scendere tra vallate coltivate a riso, check-point militari e piccoli villaggi sparsi.
D’un tratto la VàLe si spegne, tolgo il cofano sinistro e scopro che il tubo è vuoto, come se non ci fosse benzina, ma la cosa è alquanto strana visto che ho fatto il pieno da poco. Dopo aver controllato meglio, mi rendo conto che è solo un problemino della valvola di sfiato, che non lavora bene con il serbatoio troppo pieno.
Arriviamo a Moreh proprio durante il Diwali, la festa delle luci.
Le strade sono illuminate da candele e piccole lampade a olio. Davanti alle case compaiono coloratissimi rangoli, decorazioni realizzate con polveri colorate, fiori e candele che danno il benvenuto alla prosperità.
I bambini fanno esplodere piccoli petardi, i ragazzi si ritrovano per strada e ovunque si respira un’atmosfera di festa.
Non potevamo immaginare un saluto migliore all’India.

Dormiamo in una piccola pensione spartana, ma con un parcheggio al coperto per la Lambretta. Ormai abbiamo imparato che il lusso, durante un viaggio come questo, spesso coincide semplicemente con un posto sicuro dove lasciare il proprio mezzo.
La mattina seguente affrontiamo le ultime pratiche doganali. Gli uffici sono sparsi tra varie palazzine e senza le indicazioni dei militari sarebbe quasi impossibile capire dove far timbrare carnet e passaporti.
Dopo vari avanti e indietro arriva finalmente l’ultimo timbro.
Indossiamo l’antipioggia. Accendiamo la Lambretta.
Davanti a noi c’è un ponte.
Lo attraversiamo sapendo che, dall’altra parte, ci aspetta una nuova avventura.
Se tornassimo oggi
Di sicuro dedicheremmo qualche giorno in più al Meghalaya.
Le sue foreste tropicali, i villaggi Khasi e i Living Root Bridges meritano di essere scoperti con calma, magari dedicando una giornata di trekking per raggiungere i ponti di radici più spettacolari e meno frequentati.
Ci fermeremmo anche tra le piantagioni di tè dell’Assam, per visitare una tea estate e capire da vicino come nasce uno dei tè più famosi al mondo.
Cosa ci portiamo a casa
Quando pensiamo al Nord-Est dell’India, oltre a venirci in mente il fango, ci vengono in mente le persone.
Il saldatore che ripara il tamburo e rifiuta qualsiasi pagamento.
Il gommista che accetta in cambio un vecchio copertone.
I soldati che ci offrono un letto e una cena quando ormai avevamo perso la speranza di trovare un posto dove dormire.
Le donne del mercato di Imphal che ci accolgono con sorrisi timidi e tanta curiosità.
Questa parte d’India è stata probabilmente la più impegnativa da attraversare, ma anche una di quelle che ricorderemo maggiormente.
Perché il Nord-Est dell’India ci ha sorpreso così tanto?
Perché è una delle poche regioni dell’India dove la cultura indiana si intreccia con quella himalayana e del Sud-est asiatico.
Lo si percepisce nei tratti delle persone, nelle chiese che sostituiscono molti templi induisti, nei villaggi abitati da comunità come Khasi e Garo e perfino nella cucina. A tutto questo si aggiungono montagne ricoperte di foreste tropicali, piantagioni di tè e un clima completamente completamente diverso dal resto del Paese.


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