La Birmania che abbiamo nel cuore: pagode, villaggi sull’acqua e antiche tradizioni
Lasciamo Monywa e riprendiamo la strada verso Mandalay. Se il primo impatto con il Myanmar ci aveva conquistati per la gentilezza delle persone e la spiritualità che si respirava ovunque, ora ci aspetta la parte più conosciuta del Paese. Quella delle grandi pagode e dei luoghi simbolo che, da soli, valgono il viaggio.
Il ponte di teak più lungo del mondo
Raggiungiamo i dintorni di Mandalay, antica capitale del regno birmano, per visitare uno dei luoghi più iconici del Paese: l’U-Bein Bridge, il ponte in teak più lungo del mondo.
È lungo oltre 1.200 metri e la cosa che sorprende di più è che, nonostante sia stato costruito a metà dell’Ottocento recuperando il legno dell’antico palazzo reale, continua ancora oggi a essere attraversato ogni giorno da monaci, studenti e abitanti dei villaggi vicini.
Arriviamo nel tardo pomeriggio. Il sole si abbassa lentamente sul lago Taungthaman e il ponte si riempie di persone. C’è chi attraversa il lago in bicicletta, chi si ferma a chiacchierare, chi semplicemente osserva il tramonto. Anche noi ci sediamo qualche minuto a goderci il momento.
Bagan, la pianura delle 2.500 pagode
Il giorno successivo raggiungiamo Bagan, probabilmente il luogo più famoso del Myanmar.
Le prime pagode iniziano ad apparire ai lati della strada quasi senza accorgersene. Poi diventano decine. Infine centinaia. Finché l’orizzonte sembra riempirsi completamente.
Tra l’XI e il XIII secolo qui furono costruiti circa 13.000 templi, pagode e stupa. Oggi ne rimangono circa 2.500, sufficienti a rendere Bagan uno dei siti archeologici più straordinari dell’Asia.
La tentazione è quella di correre da una pagoda all’altra per vederne il più possibile. In realtà capiamo presto che il modo migliore per visitarla è fare esattamente l’opposto.
Rallentare. Imboccare una strada sterrata senza una meta precisa.
Fermarsi davanti a una pagoda sconosciuta.

Sono proprio quelle meno famose a regalarci gli scorci più belli e, spesso, ci ritroviamo completamente soli, interrotti soltanto dal suono delle campane mosse dal vento o dal passaggio silenzioso di qualche monaco.
Nel tardo pomeriggio raggiungiamo uno dei punti panoramici. Davanti a noi si apre una distesa infinita di pagode illuminate dalla luce calda del tramonto. Per qualche minuto nessuno dice una parola.
Una curiosità che vale la pena conoscere riguarda proprio questi punti panoramici. Fino al terremoto del 2016 era possibile salire direttamente su molte pagode per assistere all’alba e al tramonto. Oggi non è più consentito, sia per preservare monumenti antichi di quasi mille anni sia per motivi di sicurezza. Sono stati realizzati alcuni punti d’osservazione dedicati e, a dire il vero, il panorama resta comunque spettacolare.
Pagoda, tempio o stupa?
Visitando Bagan ci accorgiamo che questi tre termini vengono spesso confusi.
Lo stupa nasce per custodire reliquie sacre e, normalmente, non è visitabile all’interno.
Il tempio, invece, è un edificio in cui si entra per pregare o osservare le statue di Buddha.
La pagoda è l’evoluzione asiatica dello stupa e, in Myanmar, identifica molti dei monumenti religiosi che punteggiano la pianura di Bagan.
Conoscere questa differenza cambia completamente il modo di osservare il paesaggio.
Il lago dove la strada è l’acqua
Lasciata Bagan iniziamo a salire verso Kalaw, una tranquilla cittadina di montagna circondata da foreste di pini e coltivazioni. L’aria diventa più fresca e il paesaggio cambia ancora una volta. Oggi Kalaw è conosciuta soprattutto come punto di partenza dei trekking verso il Lago Inle, ma noi ci fermiamo solo il tempo necessario per riposare.
Il mattino seguente saliamo su una lunga piroga a motore. Bastano pochi minuti per capire che il Lago Inle non è semplicemente un lago.
È un mondo costruito sull’acqua.
Le prime cose che incontriamo sono gli orti galleggianti. A prima vista sembrano piccoli isolotti, ma in realtà sono intrecci di vegetazione ancorati al fondale con lunghi pali di bambù. Qui si coltivano soprattutto pomodori, ma anche melanzane, cavoli, cipolle e fagioli. La cosa incredibile è che questi orti seguono naturalmente il livello dell’acqua, permettendo di coltivare durante tutto l’anno.
Poco più avanti incontriamo i celebri pescatori Intha.
Li osserviamo mentre remano stando in equilibrio su una sola gamba. All’inizio pensiamo sia una dimostrazione per i turisti, poi scopriamo che questa tecnica nasce da un’esigenza molto pratica: remando in piedi riescono a vedere oltre le alte canne del lago e, allo stesso tempo, hanno entrambe le mani libere per manovrare le reti.

I villaggi costruiti su palafitte sembrano galleggiare sull’acqua. Ogni casa ha la propria barca ormeggiata davanti all’ingresso. Qui non esistono strade: ci si sposta in barca per andare a scuola, al mercato o semplicemente a trovare un parente.
Ci incuriosiscono subito anche i volti di molte donne e bambini, decorati con una pasta giallastra. Si chiama thanaka ed è il cosmetico naturale più diffuso del Myanmar. Si ottiene strofinando il legno di un particolare albero su una pietra bagnata e, oltre a proteggere la pelle dal sole, viene utilizzato per rinfrescarla durante le giornate più calde.
Tra una sosta e l’altra visitiamo alcuni laboratori artigianali.
Quello che ci colpisce di più è dedicato alla lavorazione del loto. Dai lunghi steli vengono estratti a mano filamenti sottilissimi che, intrecciati con una pazienza incredibile, danno vita a uno dei tessuti più pregiati del Myanmar. Basta osservare il lavoro necessario per ricavare pochi metri di filo per capire perché una semplice sciarpa possa costare centinaia di euro.
A pranzo assaggiamo gli Shan noodles. Nella loro versione più tradizionale vengono serviti con una salsa a base di pomodoro e carne o pollo, arricchiti da arachidi tritate, erbe fresche e un leggero tocco di aglio. Sapori sorprendentemente equilibrati, che raccontano bene la cucina dello Stato Shan. Un piatto che ci conquista fin dal primo assaggio.
L’alba dei monaci
Il mattino seguente la sveglia suona prima dell’alba.
Le strade sono ancora immerse nel silenzio quando iniziano ad apparire i primi monaci. Camminano a piedi nudi, in fila indiana, con la loro ciotola per le offerte stretta tra le mani. Nessuno parla. Si sente soltanto il rumore del riso che cade lentamente nelle ciotole.
Le persone escono dalle proprie case con riso, frutta o altri alimenti preparati poco prima e li offrono con grande rispetto. È un gesto semplice che si ripete ogni mattina da secoli.

Le offerte non sono considerate un gesto di beneficenza, ma un rito quotidiano, chiamato hsun laung, che da secoli sostiene la vita dei monasteri e rafforza il legame tra monaci e comunità. I monaci vivono grazie a queste offerte, mentre chi dona compie un gesto di generosità profondamente radicato nella cultura buddhista.
Più che assistere a una cerimonia, abbiamo avuto la sensazione di osservare uno dei momenti più autentici della vita quotidiana del Myanmar.
Ci colpiscono subito anche i colori delle tuniche. I monaci indossano il tradizionale rosso bordeaux, una tonalità che nella tradizione buddhista richiama la rinuncia ai beni materiali e una vita dedicata alla meditazione. Le monache, invece, vestono di rosa, una particolarità del Myanmar.
La nostra guida ci spiega che quasi ogni uomo birmano trascorre almeno un periodo della propria vita in monastero. Per alcuni sono poche settimane, per altri mesi o anni, ma è un passaggio considerato fondamentale nel percorso di crescita personale e spirituale.
Naypyidaw, la capitale costruita dal nulla
Riprendiamo la strada verso Naypyidaw, l’attuale capitale del Myanmar.
Dopo giorni trascorsi tra villaggi, monasteri e strade quasi deserte, ci ritroviamo improvvisamente a percorrere viali larghissimi, con spartitraffico curati e pochissime auto. La sensazione è quasi surreale. In alcuni tratti le carreggiate arrivano ad avere dieci corsie per senso di marcia, ma spesso ci siamo praticamente solo noi.
Scopriamo che Naypyidaw è una città giovanissima. Nel 2005 il governo decise di trasferire qui la capitale amministrativa, costruendola quasi da zero nel centro del Paese. Ancora oggi molti la definiscono una “città fantasma”: gli edifici governativi sono enormi, gli hotel moderni e gli spazi immensi, ma le persone che si incontrano sono sorprendentemente poche.
La guida ci racconta anche una curiosità. Secondo molti, questi viali così larghi sarebbero stati progettati anche per consentire l’atterraggio di aerei militari in caso di emergenza. Non sappiamo se sia una leggenda o una reale scelta progettuale, ma percorrendoli viene spontaneo pensare che potrebbero davvero trasformarsi in una pista d’atterraggio.
È probabilmente il luogo meno autentico che visitiamo in Myanmar.
Yangon, tra palazzi coloniali e bancarelle fumanti
Prima di entrare a Yangon dobbiamo lasciare i nostri mezzi in una stazione di polizia. In città i mezzi a due ruote non possono circolare e, proprio mentre sto parcheggiando la VàLe, sento un forte rumore metallico.
Spengo subito. Riprovo. Stesso rumore.

Il primo pensiero è che il volano stia sfregando contro il copri ventola. Sarebbe il problema meno grave. Inizia a piovere e, mentre Francesca cerca di ripararmi con un ombrello e Fabio mi passa gli attrezzi, smonto il carterino per controllare. Rimonto tutto, provo di nuovo ad accendere e il rumore sembra diminuire. Sembra. Non posso fare altro che coprire la Lambretta con un telo e salire sul pulmino. Per tutta la giornata, però, con la testa resto lì, accanto alla VàLe.
Dopo giorni trascorsi tra villaggi e pagode, Yangon ci coglie un po’ di sorpresa.
Da una parte le grandi pagode che dominano lo skyline, dall’altra i palazzi coloniali che raccontano il passato britannico. In mezzo c’è una città rumorosa, caotica e incredibilmente viva.
Una curiosità interessante è che, nonostante oggi la capitale del Myanmar sia Naypyidaw, Yangon continua a essere la città più popolosa e il principale centro economico del Paese. È qui che si percepisce meglio il cambiamento: tradizioni antiche e modernità convivono fianco a fianco.
Ma il posto che ci conquista davvero è il night market.
Appena cala il sole le bancarelle invadono le strade. L’aria profuma di carne alla brace, spezie e zuppe fumanti. Noi, come sempre, iniziamo ad assaggiare tutto quello che incuriosisce: spiedini, frattaglie, insetti fritti e tanta frutta tropicale. Alcuni sapori ci sorprendono, altri molto meno… ma questo è il bello.
Per molti abitanti di Yangon mangiare qui è semplicemente la normalità. Le bancarelle sono il punto di ritrovo della giornata, un luogo dove mangiare bene spendendo pochissimo e stare insieme.



Golden Rock, in equilibrio da secoli
Il mattino seguente recuperiamo finalmente le Lambrette.
Giro la chiave quasi con timore. Parte. Quel rumore sembra sparito.
Raggiungiamo Kyaiktiyo, uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti del Myanmar.
Per arrivare al santuario lasciamo le Lambrette e saliamo su grandi camion adattati al trasporto dei visitatori. Le panche sul cassone si riempiono in pochi minuti e inizia una salita che difficilmente dimenticheremo. Curve strettissime, strapiombi e un autista che sembra non conoscere il significato della parola prudenza. Più che un trasferimento sembra di essere sulle montagne russe.
L’ultimo tratto si percorre a piedi. Poi compare lei.
La Golden Rock.

Un enorme masso ricoperto di foglie d’oro, appoggiato sul bordo della montagna in un equilibrio che sembra impossibile. Più ci avviciniamo e più viene spontaneo fare la stessa domanda: come fa a restare lì?
Secondo la tradizione buddhista, a mantenerlo in equilibrio sarebbe un capello di Buddha custodito nello stupa costruito sulla sua sommità. Che si creda o meno alla leggenda, è impossibile rimanere indifferenti davanti a uno spettacolo del genere.
Se la Golden Rock lascia senza parole, quello che succede tutto intorno la rende ancora più speciale.
Famiglie arrivate da ogni parte del Myanmar pregano, accendono candele, offrono incenso e trascorrono qui l’intera giornata. Molti che sono in pellegrinaggio rimangono a dormire nelle aree vicine al santuario.
La nostra guida ci spiega una tradizione particolare: solo gli uomini possono avvicinarsi al masso per applicare le sottili foglie d’oro offerte come gesto di devozione. Le donne possono arrivare fino alla terrazza panoramica, ma non toccare direttamente la roccia. Una regola che oggi fa discutere, ma che continua a essere rispettata.
Lungo la salita incontriamo anche quelli che, per rendere l’idea, potremmo definire gli “sherpa” del luogo. Trasportano sulle spalle bagagli enormi e, soprattutto, persone sedute su pesanti portantine di bambù. È un lavoro massacrante. Li vediamo salire senza sosta, piegati sotto il peso, con il fiato corto e il sudore che gli scende sul viso. Ancora più difficile è vedere alcuni turisti perfettamente in grado di camminare scegliere di farsi trasportare fino in cima. È una scena che ci lascia addosso una sensazione amara.
La fame si fa sentire e assaggiamo lo Shwei Hta Min, un dolce tradizionale preparato con riso glutinoso e cocco. È una ricetta semplice, diffusa soprattutto nei mercati e nei luoghi di pellegrinaggio, dove rappresenta uno spuntino pratico ed energetico per i fedeli.

Il confine con la Thailandia è ormai vicino. Salutiamo con un po’ di malinconia i ragazzi della Myanmar Senses Family, che ci hanno accompagnato durante tutto il tour, e ritiriamo finalmente il tamburo nuovo spedito dall’India grazie a Jasbir. ( se non ricordi cosa era successo leggi QUI)
il Myanmar è uno di quei pochi luoghi in cui torneremmo senza pensarci due volte. Non solo per Bagan, il Lago Inle o la Golden Rock, ma per l’atmosfera che si respira ogni giorno lungo la strada. Un Paese dove le tradizioni fanno ancora parte della vita quotidiana e dove la gentilezza delle persone ci ha sorpreso.
È un Paese che conserva ancora un’identità fortissima e dove il turismo, almeno quando lo abbiamo visitato noi, non aveva ancora cambiato il modo di vivere delle persone. Ed è proprio questa autenticità il motivo per cui continuiamo a consigliarlo a chiunque ci chieda quale sia stato uno dei luoghi che ci ha colpito di più.
Ma il viaggio prosegue QUI, vedremo quante altre sorprese ci riserverà!
